Alberi che cadono e foreste che non crescono.

Che rumore fa una famiglia quando si spezza?

Cosa lascia dietro? Cosa lascia dentro?

La mia famiglia non fa rumore.

E’ il telefono senza fili. Non dire niente. Non dirlo a nessuno. Forse si sistemerà.

Ma come fai a sistemarlo “il problema grave?”

Ero bambina anche io. Dove va papà, mamma? Come faremo senza di lui?

Ero una bambina. Mio cugino è un bambino.

Un bambino senza nei, senza crepe, nessun tatuaggio sul cuore. La sua vita è felice, la sua mamma e il suo papà sono i suoi eroi.

Quando ero piccola mi divertivo a spezzare in due i grissini per poi riunirli con due dita in modo che non si notasse il punto di rottura.

“Nonna guarda, secondo te è intero oppure è rotto e lo sto tenendo fermo io???”

A volte indovinava, a volte mi lasciava credere di essere un’abile illusionista.

Una famiglia non è un grissino.

Non sta su con due dita quando si rompe.

E’ il rumore di un respiro spezzato, di una porta che si chiude piano.

E’ un bambino, i silenzi e i litigi fatti di sguardi.

Sono i “problemi gravi” e i problemi che aggravano.

Cosa lascia, un “problema grave”? C’è corrente nel cuore? Chi può salvarci?

Quante domande.

Nessuna, in realtà. Papà va via per un po’ per lavoro. Tornerà.

Quanto ci si mette a costruire una vita, quanti sacrifici, costruire passo dopo passo la propria felicità.

Felicità?

Poi è troppo, si scappa, ci si rifugia in qualcos’altro. In qualcun altro. E’ tutto così stretto.

Siamo figli che vanno stretti.

Case con armadi vuoti a metà. Lati del letto freddi. Famiglie a metà.

Non so che rumore faccia una famiglia quando si spezza, ma so che, anche se fa male, noi siamo la metà che resta.

La donna del mare (Helen Waddell)

Dal libro Storie di Meraviglia (1997), rivisitazione della leggenda irlandese delle Selkies, le “donne-foca“:

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In una chiara notte d’estate, un giovane uomo camminava su una spiaggia sabbiosa dell’isola di Unst. Aveva lavorato l’intera giornata nei campi di fieno, ed era sceso in riva al mare per rinfrescarsi. La luna era piena, e il vento soffiava fresco dal largo.

Quando il giovane arrivò sulla spiaggia, la sabbia risplendeva alla luce lunare, e il popolo del mare stava danzando. Il giovane non li aveva mai visti, perchè di solito si mostravano di giorno, come le foche, quando la gente era al lavoro: ma quella notte, siccome era la metà dell’estate e c’era la luna piena, erano tutti lì a danzare gioiosi.

Qua e là c’erano delle macchie scure, dove quelli del popolo del mare avevano gettato le loro pelli di foca: invece loro erano chiari come la luna, e non avevano ombra.

Il giovane si avvicinò lentamente. All’improvviso, una donna del mare, facendo una leggera capriola, venne a calpestare la sua ombra. La danza si interruppe. Tutti guardarono, videro la sua ombra, corsero gridando alle loro pelli di foca e si tuffarono nelle onde. L’aria notturna era piena dei loro pianti leggeri. Ma una delle donne incantate correva avanti e indietro, torcendosi le mani come se avesse perso qualcosa.

Il giovane guardò al suolo, e vide che nella sua ombra c’era qualcosa di scuro: era la pelle di foca. Rapidamente la gettò dietro una roccia, per vedere cosa avrebbe fatto la donna del mare.

Lei, dopo aver corso di qua e di là, andò sulla riva del mare e con i piedi nella schiuma gridò alla sua gente di aspettarla: ma ormai erano troppo lontani, e non la sentirono. La luna splendeva su di lei, e il giovane pensò che fosse la creatura più bella che avesse mai visto.

Poi, la donna del mare cominciò a piangere piano piano, ed il suono di quel pianto era così straziante che non lo poteva sopportare. Allora si alzò, e la raggiunse.

– Che cosa hai perduto, donna del mare? – chiese.

Al suono della sua voce lei si voltò, terrorizzata. Per un momento lui pensò che si sarebbe tuffata in mare. Allora fece due passi verso di lei, e le tese le mani.

– Signore, ridammi la mia pelle, – lei disse. – Se me la ridai, io ed il mio popolo ti daremo il tesoro del mare.

Il suono della sua voce era come quello delle onde che cantano in una conchiglia.

– Io preferisco avere te, piuttosto che il tesoro del mare, – lui disse. Lei nascose la faccia tra le mani pallide, e scoppiò a piangere di nuovo: ma lui non si commosse.

– Tu sarai mia moglie, – disse. – Vieni subito con me dal prete, poi ti porterò a casa mia, e sarai padrona di tutto quello che io possiedo. Starai al caldo nelle notti d’inverno, seduta al focolare mentre la torba brilla rossa, invece di nuotare nel freddo verde del mare!

Lei provò a spiegargli che sul fondo del mare non cade la neve, e nemmeno l’oscurità della notte, e che le onde sono calde come un fiume estivo: ma lui non l’ascoltava. Le gettò il mantello addosso, la sollevò tra le braccia e la portò nella casa del prete dove furono sposati. Poi andarono nella casetta di paglia ed entrarono nella cucina dal pavimento in terracotta, dove lui fece sedere la moglie di fronte al focolare, nel bagliore rosso della torba. Lei gridò quando vide il fuoco, pensando che fosse uno strano gioiello rosso.

Lui si inginocchiò davanti a lei e chiese: – avete una cosa così bella, nel mare?

– No. – lei rispose, con una voce talmente bassa che a malapena lui la potè sentire.

– Io non so cosa ci sia nel mare, – lui disse – ma sulla terra non c’è niente che sia bello come te.

Allora, per la prima volta, lei smise di piangere, e rimase seduta davanti al fuoco. Era la sola cosa che le facesse dimenticare il mare, che era la sua casa.

Per tutto il tempo in cui rimase nella casa del giovane, lei non perse mai lo stupore per il fuoco, e il fuoco fu la prima cosa che mostrò ai suoi bambini: ne ebbe tre, nei quattordici anni che visse insieme al marito. Cuoceva il pane, tosava le pecore. Lui non disse mai niente della pelle di foca, e lei nemmeno, e lui pensava che lei fosse contenta, perchè l’amava profondamente, e lei era felice con i bambini.

Una volta, mentre arava sul promontorio, il marito guardò in basso, e la vide in piedi sulle rocce, che con voce lamentosa gridava a una grande foca in mare. Ma lui, quando tornò a casa, non disse niente, perchè pensava che non c’era da meravigliarsi se lei sentiva malinconia della sua gente. Quanto alla pelle di foca, era ben nascosta.

Una sera di settembre, la donna era occupata in casa, e i bambini giocavano a nascondino nel pagliaio. Ad un certo punto si misero a gridare. La mamma corse fuori. – Cosa c’è, piccoli? – gridò.

I bambini arrivarono di corsa. – Vieni a vedere, mamma! E’ come un gatto grosso, ma ancora più morbido! Vieni!

Lei andò, e vide la sua pelle di foca, che era nascosta sotto il fieno dell’anno prima.

Rimase a lungo a guardarla, immobile. L’aria del crepuscolo era calda, e il cielo era giallo, nell’ultimo bagliore del tramonto. I bambini si erano allontanati, e le loro voci tra i mucchi di fieno sembravano strilli di uccelli. Le galline erano già nel pollaio, e qualcuna chiocciava dolcemente nel sonno. L’aria era piena dei piccoli e allegri rumori delle rondini posate sotto il tetto di paglia. La porta della casa era aperta, e il profumo caldo del pane che si cuoceva arrivò fino a lei.

Si voltò per entrare, ma un lieve soffio di vento frusciò sui pagliai. Si fermò di nuovo.

Il vento portava un suono che lei aveva sentito così a lungo da non avvertirlo ormai più. Era il suono del mare che frusciava sulla spiaggia. Lontano, sugli scogli grandi, le onde si infrangevano con violenza, e più vicino le onde scivolavano sulla sabbia, urtando contro l’acqua che tornava indietro.

La donna prese la pelle di foca e scese rapidamente il sentiero che portava alla spiaggia. I bambini la videro, e le gridarono di aspettarli, ma lei non li sentì.

Era appena scomparsa, quando il padre arrivò dalla stalla, e loro corsero ad avvertirlo. – Da che parte è andata? – lui chiese. – Giù, verso il mare, – risposero, ma lui stava già correndo verso la spiaggia. I bambini cercarono di seguirlo, ma le loro voci si persero dietro di lui, tanto correva. Quando arrivò sulla sabbia, la vide tuffarsi per raggiungere la grande foca che la stava aspettando, oltre gli scogli. Lanciò un grido per fermarla.

Per un attimo lei smise di nuotare, restando ferma sulla superficie del mare, poi, con la sua voce che aveva il suono delle onde in una conchiglia, gridò:

– Addio! il Bene sia con te, perchè sei stato buono con me. Poi raggiunse la grande foca, e si tuffò verso i luoghi incantati che stanno in fondo al mare.

A lungo l’uomo rimase sulla spiaggia, aspettando che lei tornasse da lui e dai bambini, ma lei non tornò.

 

 

Imbolc, Luce del Sapere e Latte della vita.

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Sappiamo che l’anno celtico era diviso in due metà e le due “porte” della natura (rappresentate da Samhain e Beltane) introducevano rispettivamente alla parte oscura dell’anno e alla parte luminosa. Imbolc – o Candelora, festa d’inverno che presagisce la primavera – scandisce il tempo intermedio fra buio e luce, celebra ritualmente l’arrivo della primavera, è simbolicamente l’inizio promettente di ogni cosa.

Imbolc è l’antica festa irlandese del culmine dell’inverno, che cadeva tradizionalmente nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio, nel punto mediano tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. La celebrazione iniziava tuttavia al tramonto del giorno precedente, in quanto il calendario celtico faceva iniziare il giorno appunto dal tramonto del sole.

Il sole, nato a Yule, attraversa ora un simbolico periodo infantile: è un sole bambino, le cui qualità prevalenti sono la purezza, la delicatezza e il senso di meraviglia rispetto al creato che illumina.

La luce comincia a manifestarsi all’inizio del mese di febbraio: le giornate si allungano poco alla volta e anche se la stagione invernale continua a mantenere la sua gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando. Chi guarda intorno con lo sguardo fiducioso di un bambino riesce a cogliere i primi segni manifesti della ripresa, il primo bucaneve fiorito nel campo di notte, sotto i raggi della Luna, le gemme quasi invisibili, mimetizzate sui rami e nascoste dalle loro dure scaglie protettive. La natura inizia il suo lento ma certo risveglio ed ora è evidente che ogni giorno la luce ci accompagna un poco più a lungo.

Le genti antiche erano molto più attente di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di sopravvivenza. Questo era il più difficile periodo dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate per l’inverno cominciavano a scarseggiare. Pertanto, i segni che annunciavano il ritorno della primavera erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite, facciamo fatica ad immaginare.

La scelta del freddo e ghiacciato febbraio come inizio della primavera si spiega con le concezioni spirituali più profonde degli antichi Celti, per i quali ogni cosa iniziava nell’oscurità e veniva generata nei luoghi più intimi e nascosti, nel ventre profondo della Dèa. Lo spirito vitale della primavera si accende infatti in segreto mentre l’inverno, con il suo manto di freddo e di neve, ancora copre la terra.

C’è un proverbio – “sotto la neve pane, sotto la pioggia fame” – che illustra molto bene lo stato di maternità della natura in questo periodo: i semi stanno per germogliare sottoterra, la pioggia a causa delle gelate potrebbe comprometterli o distruggerli, la coltre di neve invece funge proprio da coperta e protegge i piccini, che pian piano iniziano a nascere nel grembo di Madre Terra. Come nella terra, anche nello spirito umano germoglia la corrente vitale e la speranza e ci prepariamo per accogliere il risveglio della natura.

Il ritorno della fertilità
Imbolc è detta anche “festa del latte” poiché la celebrazione coincide con il primo fiorire del latte nelle mammelle delle pecore, circa un mese prima della stagione della nascita degli agnelli. Questo sottile segnale di ritorno della fertilità era il primo di una serie di eventi che annunciavano il rifiorire della vita sulla terra e, per la tribù, segnava l’urgenza di cominciare un nuovo ciclo di attività. Il nome Imbolc si fa derivare da “m(b)lig” (latte) e significa pressapoco “lattazione”. La festa era chiamata anche Oimec (Oimealg in forma moderna), termine che deriva dal celtico antico “Ouimelko” (latte della pecora).

Questa è la festa più intima e raccolta dell’intero anno sacro: all’interno delle palizzate che circondano il caer, chiusi nelle capanne coperte di neve, raccolti intorno al fuoco caldo e crepitante, i Celti ascoltavano le storie del proprio clan, rendevano omaggio alla Dèa Brigit e si preparavano al risveglio del mondo.

Festa della rinascita
Imbolc è anche la festa della rinascita e la trasformazione, il momento ideale per cominciare un nuovo ciclo del nostro cammino spirituale.
In un certo senso ciascuno di noi rinasce dopo la morte sperimentata a Samhain e il passaggio per l’oltretomba di Yule, perciò questo è il momento migliore per iniziare il nostro cammino di uomini e donne nuove.
Possiamo celebrare la nostra rinascita con una meditazione appropriata oppure con piccoli rituali volti a sbarazzarci delle nostre vecchie abitudini, idee e lati del nostro carattere che pensiamo vadano migliorati.

Psicologicamente ora infatti è il momento di purificare la nostra mente dai cattivi pensieri e dai sentimenti inadeguati. Una bella pulizia mentale, che ci consenta di fare entrare in noi la luce della Natura rinnovata e di partecipare al risveglio del cosmo dalla lunga notte invernale.

«Sono sotto lo scudo
Della generosa Brigit ogni giorno;
Sono sotto lo scudo
della generosa Brigit ogni notte.
Sono protetto
Dalla Levatrice di Maria,
Ogni alba e ogni tramonto,
Ogni notte e ogni giorno.
Brigit è la mia compagna,
Brigit è l’ispiratrice delle mie canzoni,
Brigit è la mia aiutante,
è la migliore delle donne, la mia guida fra tutte le donne.»

(Antica preghiera di invocazione a Brighit delle
Highland scozzesi)

Fonti:

http://www.trigallia.com

http://www.ilcerchiodellaluca.it

http://www.ilcalderonemagico.it

http://www.cronacheesoteriche.it

Samhain, la notte degli spiriti

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Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America, bensì ha origini antichissime rintracciabili ai tempi in cui l’Irlanda era dominata dai Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate, il cosiddetto Capodanno celtico. Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra.

Per i Celti l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo. Nelle campagne c’era poco lavoro da fare, le foglie cadevano dagli alberi e i giorni si accorciavano sensibilmente. I poteri naturali della crescita e della luce declinavano ed entravano nel loro lungo sonno invernale. Anche gli animali si preparavano al letargo. Samhain segnava il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir Na Nog, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Nella notte di Samhain, essi usavano inserire una candela accesa in una rapa per aiutare gli spiriti a ritrovare la strada di casa. L’utilizzo più conosciuto delle zucche deriva dal fatto che i coloni inglesi durante le migrazioni in America non trovando le rape, dovettero adottare quest’altro ortaggio. Anche nella versione originale della leggenda irlandese di Jack O’lantern il protagonista porta in realtà una rapa e non una zucca; ma la comoda grandezza di quest’ultima ha permesso di potersi divertire di più, potendo intagliare delle facce buffe di vario genere.

Celebrare Samhain

Samhain era una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con le lanterne costituite dalle rape intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

Fonti:

www.irlandando.it

www.ilcerchiodellaluna.it

lastregadelfocolar.wixsite.com

Lughnasadh, la Festa del Raccolto

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Lughnasadh, o Festa del Raccolto, è la festa celtica che dà il nome ad uno degli otto passaggi della Ruota.

I Celti erano impegnati nelle feste in onore Lughnasadh nel periodo a cavallo fra i mesi di luglio ed agosto, fino ad arrivare al 15 del mese, l’odierno Ferragosto.

Nel nostro tempo, infatti, la festa coincide spesso con l’inizio delle ferie estive, la pausa più importante di riposo annuale.

C’è in questa festa di prosperità e convivialità una nota di riflessione: mentre si celebra l’abbondanza, si prende atto del ciclo delle stagioni che si rincorrono e si mette da parte una porzione di grano per le semine; sono i chicchi che si sacrificano per seminare il prossimo raccolto e il nutrimento del futuro. Si dimostra, con questo atto di responsabilità, di essere ben coscienti che lavoro, fatiche e attese si ripresenteranno con il cambiare delle stagioni e che i festeggiamenti collettivi che caratterizzano questa festa sono un ringraziamento per il compimento di un’opera che in sé non può trovare mai una fine, che si rinnova continuamente.

Solo pochi di noi partecipano al rito della mietitura (che nelle campagne continua a conservare la sua aura di sacralità) ma comunque, per quasi tutti noi, l’anno di lavoro si conclude qui e si stempera in questa pausa estiva di riposo.
È dunque tempo sia di godere dei propri sforzi mentre ci si concede un sano ozio ristoratore, sia di fare serenamente un bilancio del raccolto personale, osservando quanto di buono si è prodotto e mettendo da parte l’esperienza migliore per farla rigermogliare nel prossimo raccolto.

La terra, arsa e brulla, si riposa in una morte rigeneratrice dopo il raccolto e poco prima di una tarda semina, più o meno in settembre, considerata punto di congiunzione tra estate e autunno.

A buon conto, quale che sia il nostro stato energetico, Lughnasadh è un momento favorevole per procedere al ringraziamento per l’abbondanza ricevuta durante l’anno e per svolgere qualche rito per propiziarne la continuità nel futuro.

Celebrare Lughnasadh

Tutti i riti di Lughnasad miravano ad assicurare una stagione di frutti generosi, in quanto un raccolto abbondante assicurava la sopravvivenza della tribù durante i freddi e sterili mesi invernali.
Si praticava anche la raccolta dei mirtilli a scopo divinatorio: se i mirtilli erano abbondanti, si riteneva che il raccolto sarebbe stato più che sufficiente.
All’alba della vigilia di Lughnasad si costruivano piccole capanne coperte di fiori, possibimente vicino a corsi d’acqua, dove gli innamorati dormivano insieme la notte del 31 Luglio.
A Lughnasadh si onoravano Lug, Dio associato sia con il Sole che con la fertilità agricola, e Arianrhod, Dea delle Luna e dell’Aurora; in loro onore si tenevano gare di destrezza sportiva.

“Come il grano è raccolto e stivato per l’inverno,
anch’io metterò da parte quel che mi sarà necessario in futuro.”

Fonti:

www.ilcerchiodellaluna.it

www.ilcalderonemagico.it

www.strie.it

 

Tìr Na Nòg – Celtica

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TìR NA NòG – TERRA DEL GIOVANE ETERNO

Terra di giovinezza e terra di vita
terra priva di dolore
lontana nell’occidente dorato
sulla riva del mare azzurro
possiedo una barca di cristallo veloce
come occhi mortali non videro mai
noi andremo verso quella terra

prima che cada la notte
sulla mia barca veloce e splendente
Andremo verso la riva di quella terra assolata
verso la terra della giovinezza,

nell’occidente dorato
sulla riva del mare azzurro
la terra dalle valli verdeggianti
ruscelli chiari e pianure fitte d’erba
una terra di pace, serena,

priva di morte e di dolore
dove è sempre estate.

Il Tìr Na Nòg, l’altromondo della mitologia irlandese, è un posto in cui la malattia e la morte non esistono. È un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove la musica e la vita dominano un singolo posto. Qui la felicità dura per sempre.

Questo “aldilà“, per me, si chiama Celtica.

Celtica è la festa di arte, cultura e musica celtica più alta d’Europa, situata nella splendida cornice della Valle d’Aosta.

Nasce nel 1997 da un gruppo di appassionati il cui sogno era quello di far rivivere l’atmosfera quasi dimenticata della vita del popolo dei Celti, il tutto alle pendici del Monte Bianco.

Celtica accoglie il suo pubblico al ritmo della musica, tra le risa di adulti e bambini. I giochi, le danze, la visita al mercatino artigianale, le conferenze, i laboratori, i concerti, sono solo alcune delle attività a cui si può prendere parte durante la festa, lasciandosi coinvolgere in un luogo e un tempo al di là dell’ordinario.

Celtica per me è TERRA: è il bosco, le montagne, l’ombra degli alberi, l’erba sotto i piedi. E’ il contatto con la natura, la Grande Orsa, sdraiarsi sul prato e sentire sul viso la luce che passa tra le fronde.

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Celtica per me è FUOCO: è la magia del Fuoco Druidico, le fiaccole, le processioni, i riti e la purificazione del fuoco sacro. Sono le lanterne appese, le scintille, le luci nel cuore. E’ il calore del mio vicino, un momento di condivisione fissando le fiamme che ardono e brillano nella notte. Fuoco che illumina, fuoco che infiamma le battaglie, fuoco che guida.

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Celtica per me è ARIA: è la musica che ascolti ad occhi chiusi. Sono i violini e le cornamuse, le risate, il suono della vita. Il vento della sera, l’arpa e le parole. E’ una meditazione, il suono del silenzio. Camminare ascoltando la voce dei propri pensieri, è il sussurro delle montagne al tramonto.

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Celtica per me è ACQUA: il fiume, i menhir affidati alla corrente, i nostri sogni, vita che scorre. La resistenza, acqua che trascina dolcemente, che disseta, che rinfresca. E’ il dono del ghiacciaio per noi.

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Ma Celtica non è solo un percorso interiore. Celtica è condividere, stringere amicizie, consolidare le vecchie, vivere ogni emozione a fianco della persona che si ama, guardarsi negli occhi ed avere la consapevolezza della magia che sprigionano i nostri sorrisi.

Celtica è stato ed è tutto questo.

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“Non ci sono estranei qui, solo amici che non abbiamo ancora incontrato”

Credits:

http://www.celtica.vda.it/

Litha, il Trionfo della Luce

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Il solstizio d’estate, indicato con il termine Litha, è un momento molto particolare e importante in tutte le tradizioni religiose e in tutte le epoche. Fra il 21 e il 25 Giugno il Sole raggiunge l’apice della sua iperbole, tuttavia dopo questo momento comincerà la sua fase discendente preannunciando il freddo e l’oscurità che avvolgeranno la Terra.
Si conclude la prima metà del ciclo della Ruota dell’anno, inizia una nuova fase durante la quale le forze luminose cederanno il passo alle forze oscure. Sebbene dopo Litha le forze della natura sono ancora al lavoro, frenetiche, lussureggianti, la loro opera rallenterà ogni giorno impercettibilmente, man mano la Terra non abbonderà più di frutti, ma si dovrà vivere della rendita sbocciata a Beltane e raccolta durante Litha per tutto l’anno.

Per questi motivi i temi della festa sono:
L’affermazione dell’energia solare;
Il raccolto esoterico: le erbe;
Il fuoco protettivo.

Questa festa rappresenta il Sole in tutta la sua gloria. E’ la celebrazione della passione e l’assicurazione del successo del raccolto.

La Dea, che nel suo aspetto di fanciulla ha incontrato il giovane Dio e ha celebrato il matrimonio sacro a Beltane, adesso è Madre, incinta, così come la Terra è pregna del prossimo raccolto. La Madre regna come Regina dell’Estate ed è attraverso lei che il suo Consorte raggiunge la realizzazione del ruolo e del suo ultimo sacrificio. Lei è la Terra; lui è l’energia e il calore che è entrato in lei per far nascere nuova vita. La sua energia esploderà con il raccolto: il grano e la frutta che nei prossimi due giri della ruota maturerà e ciberà le persone e gli animali. Il Dio diventerà un voluto sacrificio, cadendo con il raccolto e diventando seme per la sua stessa rinascita.

Nel folklore nord-europeo la vigilia di San Giovanni, ossia la notte tra il 23 e il 24 giugno, è una delle tre “notti degli spiriti” insieme alle vigilie di Calendimaggio e di Hallowee’en/Samhain. Tutte le le tradizioni popolari europee vedono per questa ricorrenza l’accensione di fuochi sulle colline, processioni notturne con fiaccole e ruote infuocate gettate lungo i pendii.
Si danza intorno ai falò e si salta sulle fiamme quando queste si abbassano.

Celebrare Litha

«Vestire» la casa secondo la stagione vi aiuta a entrare in contatto con le particolari energie del cielo e della terra in quel momento. Tipici gli addobbi con ghirlande di fiori, tovaglie colorate e portafiori con grano e papaveri, la cui unione è simbolo di abbondanza e felicità.

Purificate la casa con bastoncini di erbe fatti di Alloro, Salvia e Cannella.
Mettete nelle stanze quante più candele e bracieri possibili, Litha è la festa del trionfo assoluto della Luce perciò è caratterizzata da una massiccia presenza di fuochi.
Se decidete di festeggiare all’aperto distribuite intorno delle lanterne greche, fiaccole e una gran quantità di bracieri con fascine di rami nei quali siano presenti anche pezzi di quercia.

Abbondate nelle candele specie gialle e dorate. In un angolo mettete una ciotola d’acqua con delle candele galleggianti simbolo sia del Sole che s’inabissa nelle viscere della Terra e rinasce rinvigorito, sia dell’unione fra il Dio e la Dea.

 

“Salute a te Sole nel giorno del tuo trionfo!”

 

Fonti:

http://www.cronacheesoteriche.com

http://www.stregadellemele.it

http://www.ilcerchiodellaluna.it

 

Idromele…nettare degli dei!

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L’idromele è la bevanda fermentata più antica in assoluto, prodotta anche dai Celti che la chiamano “mead, si consumava abbondantemente nei matrimoni perchè si riteneva che stimolasse la virilità e la fertilità. Si beveva per un ciclo lunare intero dopo il matrimonio (il termine Luna di Miele sembra derivare proprio dal forte consumo di idromele da parte degli sposi durante quel periodo) per proteggere la sposa dal rapimento da parte del popolo delle fate (e rendere l’uomo più virile..).

I Greci la dicevano ambrosia, la bevanda per eccellenza degli Dei radunati sull’Olimpo.

La parola stessa idromele dal greco hydor e méli ovvero acqua e miele ci dice come si produce la bevanda, ovvero dalla fermentazione del miele (processo naturale che avviene in concomitanza di umidità e calore) mescolato con l’acqua.

L’idromele era una bevanda sacra inizialmente riservata solo ai sacerdoti e alle quattro cerimonie dei fuochi (Imbolc, Beltane, Lugnasad, Samonios), perchè si riteneva che il miele fosse un cibo divino dono degli Dei che cadeva dal cielo sotto forma di pulviscolo; Virgilio lo diceva “dono della rugiada” che si depositava sui fiori e veniva raccolto dalle api. Per i popoli nordici l’idromele è la bevanda dell’AltroMondo, simbolo dell’immortalità con essa si segnavano i riti di passaggio della vita: nascita, matrimonio e morte.

Così narra il mito…. Nelle saghe nordiche, Odino, il capo delle divinità di Asgard, è anche conosciuto come il dio che ha portato l’idromele agli uomini. Tuttavia i primi produttori del nettare mitologico furono due nani, Fialarr e Galarr, autori dell’uccisione di Kvasir, l’uomo più sapiente di tutti.

Fialarr e Galarr, non paghi dell’assassinio di Kvasir, uccisero anche il gigante Gillingr e sua moglie, rea di piangere troppo rumorosamente la morte del marito. La loro follia omicida venne però frenata dal gigante Suttungr, nipote di Gillingr che, dopo aver incatenato i nani a uno scoglio, decise di liberarli soltanto in cambio del prezioso idromele da loro prodotto; da questo episodio deriva la “kenning”(figura retorica della poesia nordica antica) che identifica l’idromele, come “sangue di Kvasir” o “bevanda dei Nani”.

Se Kvasir fu l’involontario responsabile della nascita dell’idromele, Odino fu colui che portò l’ambrata bevanda agli Asi (la famiglia principale delle divinità norrene) e agli uomini. Al termine di un inseguimento fra lui e Suttungr il Dio, che aveva rubato la preziosa bevanda e la stava conservando in bocca, ne lasciò cadere qualche goccia sulla terra.

Le ancelle destinate a versare l’idromele ai prodi guerrieri banchettanti nel mitico Valhalla (palazzo di Asgard) erano invece le Valchirie, rese celebri da Wagner nell’omonima “cavalcata”.
Le popolazioni germaniche erano solite consumarla nella “Sala dell’Idromele”, luogo adibito alle feste, presente anche nel palazzo danese di re Hrothgar nel Beowulf oppure in quello di Theoden, re di Rohan, ne Il Signore degli Anelli.

 

Fonti:

http://ontanomagico.altervista.org

http://www.birronauta.it